Aborto: l’esperienza di una mamma

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Questa è la storia di una mamma e per una mamma, è la storia per una mamma coraggiosa che ha bisogno di un abbraccio. Questa è la favola di una donna e per una donna che tiene alto lo sguardo perché vuole guardare avanti.

C’era una volta in un paese piccino e quasi incantato una giovane fanciulla col nome di un fiore. Gli anni passavano e sembrava che ciò che per le sue coetanee era scontato per lei non arrivasse mai: “cosa ti chiedo” diceva “un figlio, ti chiedo solo un figlio”.


L’amore è inaspettato, non scontato. Arrivò quando ormai il giudizio degli altri era un’etichetta, e l’accolse con cosi tanta felicità che la urlò al mondo, alle persone e alle cose. Ma la felicità va protetta e un pò ignorata e per lei fu come il fumo che invade una stanza, ne fu accecata e inebriata, ma il fumo ha una consistenza labile. Ha tante vie di fuga e non lo si può trattenere.

La vita sembrava finita perché quella felicità era andata via col suo bambino. E successe ancora una volta e poi un’altra.

Questa è la favola di una mamma incontrata in treno che accarezzava la testa del suo bambino dopo anni di aborti. Questa è la favola di una mamma che un giorno ha smesso di piangere, ha iniziato a riascoltare il ticchettio dell’orologio, un giorno ha respirato a pieni polmoni e ha messo da parte tutta quell’angoscia, ha smesso di contare quante volte riusciva a trattenere le lacrime in una giornata, ha riascoltato la voce dei bambini.

Non so perché ho dovuto aspettare così tanto, ma proprio quando ormai mi sembrava tutto perso… Bhè oggi SIAMO felici e… va bene così“.

Il treno era arrivato e ci siamo salutate. Ho pensato che l’amore è inaspettato e non scontato, ho ripensato a quella favola raccontata tutta al singolare fino all’epilogo, fino a quel SIAMO.

Al singolare perché si era presa in carico, nel racconto e nella vita, tutta l’angoscia di quello strano scherzo della natura, non c’era un papà, non c’erano amiche, neanche dottori. La colpa era sua ed era lei in prima linea in quella girandola che la portava dalla felicità e poi in picchiata libera nel dolore che poi diventava un po’ speranza.

Ma non ci poteva essere finale più bello se non in quel plurale: un “NOI SIAMO” grande ed altisonante.

Solo una mamma può essere in grado di trattenere dentro tanto dolore e passare poi a condividere la più alta felicità.

Antonella Schiavone